Leonardo Balbi: quello ”specializzato per le firme”

Lo chiamavano così perché per molti anni è stato il designer di decine di collezioni di occhiali firmati. Dietro la sua creatività un percorso da studente all’Accademia di Brera e la capacità di sfruttare le conoscenze tecnologiche per far esplodere la creatività.

Molto spesso le nostre vite sono influenzate da eventi apparentemente secondari o comunque da noi ritenuti non centrali rispetto all’esistenza. Su questo argomento c’è addirittura chi ci ha costruito dei bellissimi racconti e chi invece queste idee le ha messe su pellicola ( ricordate il film Sliding doors?). Anche nel caso di Leonardo Balbi la tradizione delle porte scorrevoli ne ha indirizzato l’esistenza. Balbi nella seconda metà degli anni ‘70 era un ragazzo della provincia di Mantova che frequentava l’Accademia di Brera a Milano e che per questo motivo si muoveva fra le due città.

In occasione di una festa patronale a Valeggio sul Mincio ( suo paese natale) era stata allestita anche una mostra di pittura alla quale Balbi, in virtù della sua frequentazione di Brera, era stato invitato a a partecipare.”Fra i vari visitatori – ricorda Leonardo Balbi – ci fu un signore che acquistò due miei quadri e mi chiese di portarglieli direttamente a casa, per aiutarlo a decidere dove sistemarli. Così mi recai a casa di questo signore che si chiamava Sergio Pozzi e che di mestiere produceva occhiali. Parlammo un po’ di dove appendere i due quadri che aveva comprato e ad un certo punto mi chiese se fossi interessato a disegnare occhiali. Mi trovai preso in contropiede e gli dissi che stavo facendo l’Università a Brera e che difficilmente avrei avuto tempo e voglia di dedicarmi a quel lavoro.”

Pozzi però non lasciò cadere la cosa e convinse Leonardo Balbi a pensarci su, tenendo in considerazione che si trattava solo di testare una possibilità e di vedere se la cosa potesse essere nelle sue corde. Anche i genitori gli dissero poteva provare senza alcun problema, considerando che si trattava di una attività che non andava a sostituirsi allo studio ma a completarne l’esperienza.”Quelli – ricorda Balbi – erano gli anni in cui si iniziava a comprendere che il ruolo dell’occhiale poteva emanciparsi dal concetto di ausilio medico verso quello di oggetto di design, di abbellimento del volto e della immagine delle persone.”

Così Balbi si avvicinò al mondo degli occhiali e iniziò a prendere confidenza. Era un modo per approcciare sia gli aspetti teorici legati al design del prodotto, sia le aree di lavoro da attraversare per passare dal disegno alla realtà. Un lavoro che a Balbi piaceva e che gli dava la possibilità di unire la propria fantasia e l’amore per il disegno con una pratica reale di produzione del prototipo che permetteva di prendere sempre più confidenza con un ciclo ideativo completo.“Le cose andavano bene – ricorda Leonardo Balbi – seguivo le mie lezioni a Milano e al tempo stesso lavoravo alla ideazione e alla creazione di occhiali. Avevo modo di imparare anche le tecniche produttive che permettevano di ottenere oggetti di alta qualità. Così – ricorda il designer lombardo – mi fu chiesto di restare a tempo pieno a fare quel lavoro, pur mantenendo la mia libertà nell’andare a Milano per seguire i miei corsi universitari. Decisi di accettare e ci rimasi dieci anni Fu una grande scuola.”

Dopo tanto tempo era arrivato il momento del grande salto e aprire un proprio studio. L’occasione non tardò ad arrivare: seppe che il licenziatario di Valentino cercava un designer. Quello fu il primo cliente di Balbi: da lì inizio la sua carriera di designer indipendente e in pochissimo tempo al marchio Valentino si aggiunsero le principali firme di quegli anni:”Credo che a distanza di tanti anni si possa raccontare che ai tempi ho disegnato per tutti i marchi più famosi nel mondo.”
In effetti sentire Balbi snocciolare l’intera lista di marchi per cui il suo studio ha lavorato è davvero impressionante: all’appello non manca nessuno! Un elenco di referenze così significativo che a un certo punto viene quasi inevitabile ricordarsi il soprannome che gli era stato affibbiato nel settore:”quello specializzato nelle firme”.

Lo studio intanto cresceva di importanza, anche per le intuizioni e le scelte lungimiranti che fecero di Leonardo Balbi un vero e proprio precursore nell’informatizzazione del settore: la principale fu la digitalizzazione dei sistemi di progettazione e di prototipazione.”Più di trent’anni fa – ricorda Balbi – le macchine a controllo numerico per il nostro settore erano praticamente inesistenti. Così convinsi un costruttore di macchine per fresatura di targhe a modificarne una per permettermi di realizzare i miei prototipi attraverso un percorso digitalizzato. Sembrava una cosa inaudita e mi ricordo che anche economicamente fu un vero impegno. Però ero il primo a poter fornire al cliente un prototipo preciso e perfetto, un file con il percorso che la macchina utensile doveva effettuare per realizzare l’occhiale e ovviamente, anche tutta la parte di disegno digitalizzata.”
Un passo avanti importante in grado di segnare un’epoca e che ancora oggi rappresenta il modo di concepire e produrre prototipi. Ai tempi erano poche le aziende ad avere le strutture interne per realizzare grandi quantità di campioni in modo veloce e quindi questa si rivelò una scelta vincente. Quando queste iniziarono a attrezzarsi internamente, Leonardo Balbi decise di tenersi solo la parte creativa.”Creare un occhiale può sembrare cosa facile, è oggetto apparentemente semplice. Se invece si prova a entrare in profondità – è sempre Leonardo Balbi che spiega – ci si accorge che il numero di vincoli fisici ed ottici con cui ci si deve misurare, è davvero importante. E poi c’è ‘aspetto creativo che deve conciliare l’idea con la realtà.IN tutto questo credo che l’esperienza accumulata sul campo sia significativa. Proprio per questo mi piacerebbe poter trasferire la mia esperienza a quei giovani designer affascinati dal mondo dell’occhiale.”
È su questi aspetti che ci piace concentrarci con Balbi che ha disegnato occhiali per tutto il mondo e ancora prosegue nella sua attività con un ruolo fondamentale: capire l’esigenza del cliente, indirizzare il progetto verso l’approdo migliore. Riuscire a distinguere, individuare per ogni marchio uno stilema da far crescere, aggiornare e evolvere nel tempo è cosa per pochi.

“Quando un nuovo cliente che non ha una storia nel settore viene da me – ci racconta Balbi – spiego sempre che è possibile realizzare un buon prodotto, mentre è decisamente più difficile dargli una identità. Ci voglio due o tre collezioni per rendere identificabile e riconoscibile un marchio a prima vista. Non è facile. Anche perché mi pare che queste caratterizzazioni stiano affievolendosi. Oggi la corsa è alla produzione di forme che vendano bene, a costo di sacrificare un pochino le caratteristiche del brand. Per questo oggi vedo meno originalità. La differenza fra oggi e gli anni ‘80 e ‘90 stia nel fatto che c’è meno propensione al rischio, si preferisce andare un po’ più sul sicuro. Penso ad esempio a quando disegnai i primo”quattro lenti”per Valentino (con le due lenti aggiunte sulle aste ndr). Era una cosa nuova per certi versi rivoluzionaria: fu un occhiale che per anni ha identificato il brand Valentino. Oggi c’è meno coraggio di osare.”

Erano anni più semplici, il mondo stava cambiando rapidamente e l’industria aveva sposato il concetto che il bello possa essere strumento di crescita economica. Nella definizione di una nuova collezione oggi i parametri sono molto più stretti e vincolanti. Così il processo che porta alla nascita di un nuovo modello passa principalmente per due strade. La prima è legata alla ricerca dell’identità di marchio, la seconda è prosaicamente più finalizzata alla facile commerciabilità del prodotto. Due strade entrambe legittime ma che nel primo caso rappresentano la base su cui poter sviluppare un discorso articolato che duri degli anni. Ed è proprio sulla storia e sullo sviluppo delle forme che il discorso prende una piega ancora più coinvolgente. Perché individuare nuovi stilemi su un prodotto come l’occhiale non è cosa facile. Qui interviene un altro aspetto interessante che riguarda le fonti da cui un designer di occhiali prende spunto. A fare da elementi ispiratori sono in primo luogo la cultura che ciascuno ha e che si porta dietro. Poi le conoscenze tecniche e infine le idee che già sono state affrontate in vario modo nel corso dei decenni.

“L’obbiettivo principale che mi prefiggo nel mio lavoro è interpretare e tradurre al meglio l’anima e la filosofia del brand. Ogni spunto può essere utile. Così quando devo trovare ispirazione per una nuova forma o per definire dei dettagli – è sempre Leonardo Balbi che racconta – spesso mi rivolgo alla mia collezione di occhiali che ho raccolto nel corso degli anni nei mercatini di tutto il mondo. Vanno dagli anni ‘20 fino a oggi e sono una grande fonte di confronto e di verifica delle idee. Non so esattamene quanti siano: sicuramente diverse centinaia . Ma non utilizzo solo gli occhiali come fonte di ispirazione. Guardo molto anche gli altri settori della moda e del design e le loro produzioni di accessori. E’ molto importante per me interagire e combinare le varie soluzioni stilistiche e tecniche con gli altri settori. Proprio per questo nel tempo mi sono costruito una piccola biblioteca fatta di libri dedicati agli accessori di tutte le epoche. Anche questi possono essere fonte di ispirazione per andare a sperimentare nuove soluzioni. Come lo può essere il cinema ad esempio , la moda, il design e altro ancora. E poi c’è un aspetto che sta crescendo di importanza nell’agire quotidiano – è sempre Leonardo Balbi che spiega – il mio lavoro non è più solo quello di creare collezioni, ma fare consulenza alle aziende affinché i loro sforzi portino a prodotti innovativi e appropriati alle loro inclinazioni commerciali e tecniche.”

A tutto questo poi si devono aggiungere tutte le collezioni che lo stesso Balbi ha disegnato dagli anni ‘80 ad oggi. Quindi scaffali su scaffali di book e progetti. Per i modelli nati a partire dagli anni 2000 invece l’archiviazione è rigorosamente elettronica, ma per questo non meno affascinante. Anzi.

“Pensando ai disegni a computer – conclude leonardo Balbi – ho fatto realizzare diversi software personalizzati che permettono di semplificare l’iter progettuale: ad esempio quello di abbinare componenti di modelli differenti e di regolare la dimensione di ciascun particolare in modo automatico. Ad esempio posso prender un naso di una certa foggia e dimensione, abbinarlo con un’asta e poi chiedere al programma di collegare questi due particolari con determinate forme.”

Come dire che un utilizzo consapevole della tecnica e della tecnologia possano essere strumento di crescita e di affermazione della creatività.