Laura Rattaro, designer e interprete della libertà

Dietro a Laura Rattaro c’è una lunga storia professionale che attraversa alcuni fra i successi più originali dell’occhialeria. Ce li siamo fatti raccontare dalla stessa protagonista.

Di una cosa si può essere certi quando ci si siede a tavolino con Laura Rattaro per scrivere un articolo sulla sua vicenda professionale: non si rimarrà sicuramente senza argomenti. Anzi, terminata l’intervista, la cosa più difficile è scegliere fra le mille cose che ha raccontato e che sono parte integrante della sua vita professionale.

D’altra parte Laura Rattaro è un carattere forte e libero e tutta la sua vita (professionale e non) si sviluppa su questa linea portante.

Libertà che inizia a manifestarsi con la scelta degli studi prima e con la decisione di avvicinarsi al mondo del lavoro che il padre (storico ottico optometrista genovese, fondatore della prima cooperativa di acquisto italiana, nonché uno dei pionieri delle lenti progressive in Italia) le metteva a disposizione, seguendo però un filo logico molto personale.

“Disegnare mi è sempre piaciuto molto – racconta Laura Rattaro – ma il vero interesse sta nel progetto ossia nella ricerca che porta a una soluzione piuttosto che a un’altra”.

All’inizio della sua carriera lavorativa, nonostante fosse decisa a seguire la strada della progettazione, non mancò di prendere il diploma in ottica a Genova e di trascorrere qualche anno nel negozio dei genitori, sia dietro il banco di vendita (in posizione un po’ “scomoda” perché non era esattamente quello che la appassionava), sia in laboratorio ad esercitare la propria manualità nel montaggio degli occhiali che il padre Armando prevedeva fosse accuratissimo.

Il primo vero approccio con il mondo del design di occhiali avvenne quando aveva poco più di vent’anni. Allora non esistevano scuole di design dell’occhiale ma alcune aziende organizzavano stage nei reparti di progettazione. Laura ottiene di poter partecipare ad uno di questi in Essilor a Parigi e, affidata a due designer interni di grande esperienza, riceve le prime e fondamentali conoscenze tecniche per la corretta progettazione delle montature: una su tutte l’importanza della calzata generale dell’occhiale per poter sfruttare al meglio le funzioni delle lenti progressive di cui Essilor era, ed è tutt’ora, leader mondiale.

“In tre mesi – ricorda Laura Rattaro – venni messa nelle condizioni di muovere i primi passi in modo autonomo”.

L’esperienza fu molto positiva e tre dei progetti che le avevano affidato superarono le selezioni (parecchio severe) dei responsabili del prodotto e diventarono realtà commerciali. Un successo che spinse Essilor a proporle a fine tirocinio un contratto definitivo di lavoro a Parigi, ma il desiderio di provare anche altre esperienze determinarono il suo rientro in Italia. Il senso di libertà, nonostante fosse una condizione meno comoda e più rischiosa, la spinsero verso la libera professione, che esercita tutt’ora.

Dopo qualche anno di necessaria e preziosa gavetta in piccole realtà, arrivò la prima richiesta ufficiale di progettazione di una collezione di occhiali per una piccola azienda italiana.

“Per me è stata un’occasione bellissima – ricorda Laura Rattaro – perché oltre a realizzare il progetto mi diede modo di osservare da vicino anche la produzione. I disegni, a rivederli oggi, non erano all’altezza della maturità professionale che posso avere ora, ma nonostante qualche “ingenuità” ai miei clienti piacevano moltissimo. Per la produzione scelsero Faoflex di Segusino e quella fu l’occasione in cui conobbi Fabio Stramare con il quale ancora oggi scorre un piacevolissimo dialogo professionale e di amicizia”.

“Le aziende per cui ho progettato in quegli anni – ricorda Laura Rattaro – non esistono neanche più. Erano tutte piccole: avevo intuito, senza capirne a fondo il motivo, che se fossi entrata in un’azienda grande (o grandissima) avrei smesso di imparare. Era più dura, ma oggi posso dire di aver avuto una buona intuizione perché, nonostante i momenti difficili, ho senz’altro imparato molte cose dal punto di vista produttivo e dei materiali, conoscenza senza la quale è difficile progettare cose realizzabili”.

Inaspettatamente Laura coglie un’occasione tramite un annuncio su una rivista specializzata: un’azienda tedesca cercava un designer italiano. Si trattava di NiGuRa, a Duesseldorf Germania.

Il problema era che Laura non aveva granché da inserire in curriculum, ma con l’aiuto di un’amica, architetto francese, e una buona dose di stratagemmi grafici, riuscì a mettere insieme qualcosa che convinse l’azienda a convocarla e con insperato successo ottenne il lavoro. Da NiGuRa a Rodenstock fu il passo successivo per occuparsi della prima collezione Cerruti1881 eyewear.

Il tema della collezione, su diretta indicazione di Nino Cerruti, erano gli anni ’40 del primo design industriale.

Fu per Laura un periodo di ricerca di stile e di approfondimento che le permise di seguire anche le successive collezioni.

In quegli anni più introdotta in Germania che in Italia, Laura prosegue collaborazioni importanti, su tutte Flair.

Una nuova esperienza fu quella di collaborare con l’azienda del padre che nel frattempo aveva lasciato il negozio in mano al fratello di Laura, Andrea.

Il padre Armando, con suo fratello Camillo, erano proprietari di un brevetto per la costruzione di un trapano meccanico di precisione per la foratura delle lenti per gli occhiali glasant. Prima dell’avvento delle mole automatiche, in grado anche di forare le lenti, il prodotto ebbe grande successo in tutto il mondo. Laura si trovò coinvolta per seguire sia la comunicazione di vendita di questo strumento che per la messa a punto stilistica di un altro brevetto di famiglia: un occhiale glasant in Grilamid che veniva proposto anche per bambini. L’azienda si fornì anche di un laboratorio di precisione per il montaggio di occhiali. Furono attività che le permisero di entrare in contatto con molti clienti ottici, di capirne le esigenze e di conoscere anche quel mondo, più prettamente commerciale.

In quegli anni Laura non abbandona il design di montature: Renato Zero arriva a lei con la volontà di realizzare un’intera collezione che uscirà nel 2007 con il nome NERO d’autore. Esperienza interessantissima – dice Rattaro – per l’originalità del committente e per le modalità di progettazione del tutto insolite.

La crisi del 2008/2009 colpisce anche l’azienda di padre e zio e si decise di chiudere; Laura si trova a dover rinfoltire il suo portafoglio clienti per il design, ma non sono anni facili per nessuno.

Tra una parentesi a fianco del maestro Paolo Seminara e altre più marginali esperienze, ma tutte interessanti per l’esercizio di fantasia e le vicissitudini, seppur sofferte, utili, Laura decide di allontanarsi da una città, Genova, che cominciava a starle stretta, per avvicinarsi al mondo produttivo veneto che le avrebbe permesso di restare più a contatto con le aziende del settore.

Sono gli anni di inizio di quella che Laura definisce la più bella avventura della sua carriera. Lamarca si affaccia ufficialmente al mercato nel 2015 e riscuote da subito un vivo interesse.

La collaborazione con Tris Ottica, di cui Laura parla come di una squadra di fuoriclasse, genera una collezione dallo stile originale che oggi rappresenta una delle collezioni più colorate e qualitativamente meglio realizzate del comparto.

Con Lamarca è nato un sodalizio unico e fecondo visto che a distanza di cinque anni le cose funzionano ancora bene e con soddisfazione reciproca.

Nel caso di Lamarca, Laura non considera disgiunto il suo ruolo di designer da quello della committenza e dei tecnici artigiani di Tris Ottica: l’uno senza gli altri non premetterebbero di arrivare da nessuna parte. Il lavoro d’equipe è fondamentale per arrivare a un prodotto ricco di contenuti quali Lamarca è in grado di raccontare.

Altra collaborazione degna di nota, non fosse altro che per il prestigio nel campo del design, è quella con VAVA eyewear, che svolge in tandem con Beate Leinz, una preparatissima designer tedesca. Lei e Beate, seppur a distanza, lavorano in grande sintonia con il titolare del brand. Anche lui è distante, è raro vedersi di persona (capita necessariamente durante gli incontri con i produttori italiani che curano la collezione), ma – dice Laura – “è come essere sempre insieme: le idee volano sopra le nostre teste e i confini fisici e le distanze si dissolvono. Sono prodotti molto complessi, sia da progettare che da realizzare, ma i contenuti teorici, la grande competenza in materia di design di Pedro da Silva, il titolare, e i significati estetici che il prodotto racchiude, fanno di questa collaborazione una delle cose più interessanti alle quali ho partecipato”.

  Altri sono i clienti più o meno grandi sia italiani che stranieri, ai quali si è aggiunto da qualche anno, per Lamarca, il ruolo, inedito per Laura, della comunicazione aziendale. E’ lei che, insieme alla proprietà, coordina la comunicazione aziendale in toto sia che si tratti di social che di carta stampata, pubblicità, POP ecc. Ruolo, questo, che le permette di interagire anche con realtà non prettamente produttive dell’occhiale, nello specifico agenzie di comunicazione come SUUING di Belluno (che segue Lamarca su diversi fronti), con la quale Laura si rapporta da qualche anno in un’ottica di reciproca collaborazione e in ottima sintonia con Tris Ottica. Una bella squadra, insomma…

Ciò che racchiude il pensiero di Laura Rattaro sta in questa affermazione: “Il designer non è un artista, ma un’interprete. Il suo obiettivo è quello di comprendere le necessità dell’azienda e il progetto si sviluppa, attraverso la sensibilità estetica del designer, facendo una sintesi di tutte le informazioni e gli obiettivi del committente. Più egli è in grado di trasmettere informazioni esatte, e più è alta la competenza del designer, meglio il prodotto funzionerà. Per questo non mi piace molto il termine creatività: non si crea nulla dal nulla.

Per riuscire bene, penso che il designer debba avere una profonda conoscenza del prodotto che, nel caso degli occhiali, spazia dalla materia prima, al colore, alle tecniche produttive e non ultimo all’ergonomia della visione, dove si intende che, in fondo, una montatura serve a contenere lenti correttive. Progettare montature per occhiali senza conoscere per lo meno la basi di come funzioni la visione o di come si comportino le lenti oftalmiche per la sua correzione, mi pare cosa poco saggia”.