Doriano Mattelone e W-Eye: Il coraggio di andare oltre

Non basta più limitarsi a seguire l’onda per essere certi di fare il proprio dovere. Il made in Italy è un modo vero per andare oltre i limiti

Per alcuni la correlazione fra Covid e made in Italy potrà sembrare strana o comunque non troppo diretta. Per noi invece made in Italy e Covid non sono così disconnessi come si potrebbe pensare. Perché il dramma del Covid con i suoi trentamila morti solo nel nostro Paese, ha significato il più grande evento luttuoso dalla fine della seconda Guerra mondiale: per intenderci di cosa stiamo parlando è bene ricordare che in Italia le tre guerre di indipendenza ( 1848, 1859 e 1866) e la spedizione garibaldina dei mille costarono in tutto circa 9 mila morti. Insomma il Covid per ora ha ucciso più di tre Risorgimenti italiani.

Con una aggravante: le economie moderne sono talmente interconnesse che la crisi di carattere economico è stata molto più violenta di quanto sarebbe stata se tutto questo fosse capitato 150 anni addietro. Così, in modo per molti inaspettato, certe caratteristiche dei prodotti che compriamo ogni giorno su cui fino a ieri abbiamo sorvolato o ci siamo occupati solo marginalmente, diventano nodali rispetto ai nostri consumi. Perché se in tempi di grandi disponibilità a interscambi mondiali nel gioco del dare e dell’avere ci può stare che un prodotto di basso livello qualitativo entri in casa nostra perché siamo certi che da casa nostra uscirà altro di qualità superiore, che ci aiuterà a mantenere in pareggio la nostra bilancia dei pagamenti, è altrettanto vero che in tempi difficili, si finisce per fare ciò che dovremmo fare invece ogni giorno: guardare bene a ciò che si compra e ai nostri consumi.

Qui inevitabilmente torna a bomba la vecchia e mai sopita questione del made in Italy. Inteso come reale e non come etichetta aggiunta su un oggetto costruito quasi totalmente chissà dove e poi assemblato dentro i confini nazionali. Fra i campioni del made in Italy a nostro avviso c’è un signore che se ne sta a Pavia d’Udine e che non è fra quelli che hanno dedicato al propria vita all’occhiale, ma sicuramente è uno che la propria vita l’ha sposata in primo luogo con la correttezza morale, con l’etica, e con l’amore per lo studio, la voglia di comprendere. Oltre che con la materia prima legno e con la sua assoluta qualità di lavorazione. Queste peculiarità hanno portato Doriano Mattellone di W-eye alla determinazione di realizzare e proporre al mercato solo oggetti di altissima qualità che potessero fregiarsi senza ombra di dubbio alcuno del marchio”made in Italy”. Perché i suoi occhiali sono davvero costruiti in Italia. Per questo abbiamo pensato che fosse interessante farci raccontare cosa è e cosa rappresenta per lui il concetto di made in Italy. Sopratutto in un momento così particolare come quello che stiamo attraversando in questo 2020.

“Credo che il made in Italy al 100% – ci spiega Doriano Mattellone – sia nel mio caso una stretta conseguenza dell’educazione che ho avuto e che molti di noi hanno ricevuto. Delle scelte e delle idee che ti sono state proposte fin da bambino. Ho sempre respirato un clima di voglia di fare e di lealtà. Sono stato abituato a fare il passo lungo quanto la mia gamba e il mio business non è mai stato fatto a discapito di altri. È chiaro che in certi momenti sarebbe stato più facile andare a produrre all’estero. Dalla Cina alla più vicina Slovenia le occasioni non sono mancate e più di una azienda che produce occhiali ha fatto questa scelta. Noi no”.

Solo per una questione etica?
All’inizio sì, è stata una questione etica. Poi però ti accorgi che l’etica porta con sé altri ragionamenti. Se delocalizzi solo per risparmiare denaro, significa che non hai una idea precisa del futuro della tua impresa. Chi delocalizza per la tecnologia invece si trova in condizioni diverse. Faccio un esempio:un importante produttore di legname , negli anni ‘70 delocalizzò la sua produzione in Costa d’Avorio proprio per la vicinanza alla materia prima. Oggi in Costa d’Avorio ci sono molte migliaia di persone che lavorano per questo imprenditore che ha creato aziende, infrastrutture. Cioè non è andato lì a sfruttare il prossimo. Si tratta di modi diversi di vedere. Ho resistito a tutte le lusinghe che venivano da oltre confine. Se ci pensa, la Slovenia è qui a venti chilometri. Avrei potuto spostarmi di poco e approfittare di tutto ciò che i veniva offerto per andare lì. E non era poco. Ma non è il mio modo di pensare: se sei parte di un comunità la rispetti e la sostieni. Questione di lealtà”.

Questione etica a parte?
Dietro al made in Italy si aprono praterie di opportunità, ma si deve essere capaci di leggere il periodo e di interpretarlo nel modo più attento possibile. Accanto alle catene di negozi che operano secondo uno standard di tipo industriale, il mondo dell’ottica vede la presenza di molte attività sviluppate a livello familiare. Per questo motivo si deve cercare di trasmettere quegli stessi valori a chi sceglie il nostro prodotto. Se ci ragioniamo ci accorgiamo che l’unica risorsa non rinnovabile è il tempo. Quindi se a un ottico proponi una modalità di dialogo corretta riesci a conquistarlo, se non sei capace di fare questo salto, l’ottico lo perdi. Anche questo a mio avviso è made in Italy. Può chiamarlo servizio, attenzione al cliente o se vuole customer care. Ma alla fine è la stessa cosa: disponibilità, rapporto umano e serietà. Il made in Italy deve esser fatto anche di questo. L’ottico è concentrato sul suo lavoro e non desidera perdersi in telefonate, in ricerche, in attese. Sei tu produttore che devi risolvergli i problemi. Devi garantirgli costanza del prodotto e del servizio. Ma c’è poi un questione ulteriore: made in Italy non è solo prodotto, made in Italy è anche territorio. Serve un cambio di passo culturale se non riusciamo a ricordaci che viviamo in uno dei posti più belli del mondo. Alla fine se un produttore costruisce davvero in Italia un ottico attento può capirlo. Non solo guardando l’occhiale

Quali altri sistemi ci sono per capire se si tratta di un prodotto realizzato in Italia o solo assemblato da noi?
Il primo che mi viene in mente è piuttosto banale: bisogna provare a mettere sotto pressione il service. Se il service viene messo sotto pressione e non reagisce come dovrebbe i dubbi che produca altrove crescono. L’ottico capisce anche da questo se produci in fabbrica o a cento o trecento chilometri di distanza. Se il cliente ti riconosce una certa fiducia sarebbe criminale tradirla. Le faccio un esempio che ci è capitato poche settimane fa e che dimostra come deve essere strutturato un servizio di service sotto il mio punto di vista. Una signora olandese passeggiando su una spiaggia ha trovato un paio di nostri occhiali. È andata sul sito a vedere se c’era modo di rintracciarci per arrivare a chi aveva perso gli occhiali. Per ogni nostro occhiale c’è un codice che ci permette di registrarne tutta la vita. Così semplicemente controllando abbiamo individuato il negozio che aveva venduto gli occhiali: al cliente che stava in Belgio. Lo abbiamo avvisato del ritrovamento attraverso l’ottico che glieli aveva venduti e poi abbiamo provveduto a farglieli avere. A mio avviso questo è un esempio di made in Italy: tracciabilità e verifica contro la contraffazione, visto che il nostro codice è indecifrabile da terzi visto che è solo nostro ed è inciso con il laser su ogni occhiale.”

Quindi trasparenza e identificabilità del prodotto e dei componenti per garantire la filiera?
Sì, la trasparenza è il fulcro per salvaguardare la qualità e la sostanza del made in Italy. Ci vuole serietà e tracciabilità.

Ma un ottico cosa può fare di più per essere certo di acquistare e proporre ai propri clienti un prodotto made in Italy?
Deve superare il proprio ruolo come lo ha vissuto fino ad oggi. Se un Ottico ha davvero la voglia e la passione per quello che fa, deve andare a visitare i reparti produttivi delle aziende. Farsi raccontare ogni passaggio, vedere come nelle aziende si lavora. Perché anche questa è una cartina di tornasole: un’azienda che non produce qui, non potrà mostrarti propri reparti produttivi. Al massimo un’area di assemblaggio di cose che arrivano da altrove.

Se invece il produttore costruisce realmente in casa i propri occhiali sarà ben felice di mostrare ogni singolo passaggio al proprio cliente. É parte della strategia di mercato e della fidelizzazione del cliente. Noi invitiamo spesso i nostri ottici in azienda, se non altro per mostrare loro come nasce un W-eye, per fare capire che cure e attenzioni ci mettiamo: dalla materia prima all’astuccio. Se invece di produrre con le nostre tecniche e la nostra artigianalità ogni paio di occhiali comprassimo tutto da qualche parte e poi qui ci limitassimo a mettere insieme i vari componenti, non cercheremmo di mostrare ai clienti il nostro processo produttivo. Questo è un invito agli ottici che credono davvero nel made in Italy: andate nella fabbriche, chiedete di poter vedere, di capire e di apprezzare. Sarà il modo per essere più consapevoli nelle scelte dei prodotti e nella proposta al cliente finale. Di fatto creando un rapporto di fidelizzazione che potrà proseguire nel tempo.”